Franco Rognoni

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Dico di Franco Rognoni

7 DICO DI FRANCO E MARIUCCIA ROGNONI

 

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  Introduzione

a cura di Chiara Gatti

Spesso si dice che ogni grande uomo, visto nella sua intimità quotidiana, sveli al mondo debolezze e fragilità inattese, aspetti meno “mitici” rispetto a quelli che la storia ha consacrato. Per oltre vent'anni Stelio Carnevali è stato vicino a Franco Rognoni (1913-1999); consulente e consigliere, poi collaboratore ma soprattutto amico del grande pittore milanese, “maestro” (come lo chiamò Carnevali fin dal loro primo incontro...) di una pittura fatta di sogno, ironia e sottile sofferenza. Eppure in questi vent'anni raccontati dal backstage, colti dietro le quinte di una vita privata piena di riserbo e libertà, emerge il ritratto di una figura nobile, mai incerta e opaca, che neppure nei dettagli di un'esistenza indagata nella realtà di tutti i giorni arriva minimamente a sfumare il fascino e la magia di un artista puro.
Così Stelio Carnevali ha raccolto in un piccolo volume i ricordi di un tempo trascorso insieme, con la commozione e l'affetto di un allievo verso il suo maestro. Si affonda piano nei capitoli di un'amicizia sigillata dall'abitudine elegante di quel darsi del Lei, tipico di ogni relazione intellettuale e del riguardo che l'apprendista conserva per naturale deferenza.
Il piacere del lettore sta nel toccare con mano una storia vissuta al di là di un palcoscenico colorato (“magenta vivo su fondo blu” come sarebbe piaciuto a Rognoni) su cui si muovono i protagonisti di un'epoca. Oltre a Franco Rognoni e a sua moglie Mariuccia, altri artisti, scrittori e critici, da Amleto Del Grosso a Vittorio Sereni, compresa la mite domestica Santina (“donna di filanda”), testimone silenziosa di un ménage domestico ambientato sulle rive del lago Maggiore. Ecco allora gli scenari che Carnevali, senza la retorica del biografo paludato, ma solo col gusto lieto della narrazione feriale, descrive fra le pagine. Da Milano ci si sposta a Luino (con i celebri platani del Carmine), da Parigi a Zurigo (meta di una breve vacanza insieme), dalla Valtravaglia (“nomi rupestri/di suono a volte dolce/di radice aspra” scriveva Sereni) fino a Venezia (“distillato fugacissimo di emozioni”).
Seduzione, generosità, arguzia, riconoscenza, dolcezza sono i sostantivi con cui l'autore punteggia il carattere di Rognoni, quando lo rivede passeggiare sotto la tesa larga del suo Panama chiaro (“che solo lui sapeva portare”). Sulle note di Charles Trenet, canticchiate fra le labbra (“La mer...”), affiora la poesia di un uomo autentico. “Buongiorno, maestro!” era il saluto “sgangherato” che risuonava lungo il viale quando Carnevali, la sera, tornando dal lavoro, lo incrociava per la strada e, abbassando il finestrino dell'automobile, lo chiamava con l'emozione eccitata dell'ammiratore. Flashback di tenera allegria.
A Mariuccia, “ammirata e orgogliosa fiancheggiatrice”, lo scrittore regala il suo ricordo più struggente degli ultimi anni passati a promuovere la ricerca del marito, l'amore di una vita, la valorizzazione della sua opera, l'affidamento ossessivo, inquieto, mai davvero soddisfatto, della sua memoria ai posteri. Tributo doveroso e necessario verso un maestro votato incondizionatamente alla pittura. “Carnevali, la saluto. Vado a lavorare” concludeva alla fine di ogni pranzo condiviso. E già il suo pensiero correva verso nuove periferie, cardinali e amanti, donne con la cloche, strilloni, campanili ed esili fette di luna.